Bosco Ceduo

Pietro Ratto: Il simbolo è morto? Viva il simbolo!

Allarmante ed allarmato quadro clinico sull'attuale stato di salute dell'Immaginazione

Un insegnante non può non tenerne conto. Ogni frase, ogni nome che pronuncia, suona sempre più tristemente uguale nella mente dei suoi alunni. I colori che si accendono, i sapori che si avvertono, le immagini che si dipingono nelle menti dei ragazzi quando i nostri concetti vengono proiettati dalla cattedra sono sempre più drammaticamente simili in tutti i cervelli. Per dirla in termini kantiani, la nostra immaginazione produttiva sta soccombendo irrimediabilmente a favore di quella ri-produttiva, la quale invece viene costantemente addestrata a rievocare e tenere in costante considerazione una verità serigrafata, fotocopiata, clonata. E' il risultato ottenuto dalla medialità: sempre meno spazio all'immaginazione, sempre più campo libero alla manipolazione dell'inconscio, che si è reso collettivo in un senso ben diverso da quello junghiano. La "collettivizzazione degli inconsci" non sta forse vanificando quello che quasi ogni insegnante di filosofia pone come primo obiettivo della sua didattica, ossia lo sviluppo del senso critico dei suoi discenti? Che fine farà, di questo passo, il "pensiero divergente", l'elaborazione dei dati acquisiti così tanto valorizzata dalle varie docimologie, se concetti come quello di amore, dolore, ansia, libertà, giustizia, sempre più si adeguano alle immagini che la televisione impone e stampa in serie, perfettamente identici, in tutte le coscienze drammaticamente abbandonate a loro stesse da famiglie sempre più distratte ed assenti? Tutto sommato la questione è socratica: che spazio c'è per la ricerca della verità, se questa ci è data in pasto una volta per tutte? E, d'altra parte, siamo sicuri che sia davvero verità quella che si dà come definitiva e universale e che, come direbbe Popper, non si espone al rischio di essere smentita?

Detta di passaggio, la sempre più radicale soppressione del segno in favore della denotazione, la sempre più nuda e cruda evidenza, non fa che lasciare i nostri figli disarmati, indifesi, nel vero senso della parola: dopotutto l'immaginazione è anche una forma di auto-protezione; immaginando il bimbo utilizza propri schemi cognitivi, proprie strutture che in qualche modo tendono ad isolarlo dalla crudezza della realtà. E' proprio il caso che la denotazione di parole come "morte" o "dolore" debba essere, per un bambino, quella servitagli bella e pronta dai cruenti e spietati servizi giornalistici del nostro tempo che, per "dovere di cronaca", nulla lasciano più alla fantasia? E non sono proprio di questi giorni le allarmanti teorie di endocrinologi, psicologi e sessuologi che ci informano che la pubertà stia sopraggiungendo in anticipo di tre - quattro anni nei nostri fanciulli proprio a causa delle scioccanti immagini della televisione?

L'"uno e i molti" jaspersiano sempre più si sta tramutando nel: "l'uno è i molti", in una prospettiva di totale massificazione e manipolazione degli inconsci che, come Goebbels aveva ben compreso, soltanto la comunicazione di massa può raggiungere.

Non vale dunque la pena che il simbolo, con tutta l'infinita schiera delle sue possibili interpretazioni, venga riproposto in una didattica che vuole essere attenta e disincantata? Non vale forse la pena che questa inquietante situazione sia quanto meno smascherata e sottolineata in classe, durante le nostre ore di lezione, invitando gli alunni quanto meno a riflettere su quanto sta accadendo?

Kierkegaard, nel suo Il mio punto di vista,  pone come obiettivo fondamentale di un vero insegnante la presa di coscienza da parte dell'alunno…C'è ancora spazio per tutto ciò?

I Signori della Televisione stanno uccidendo il simbolo; così facendo non stanno forse uccidendo la nostra immaginazione e, quindi, la nostra libertà?

(Pietro Ratto, articolo pubblicato su Il giardino dei pensieri nell'aprile 2003)

....

  Condividi