Bosco Ceduo
Pietro Ratto: Il simbolo è morto? Viva il simbolo!
Allarmante ed allarmato quadro clinico sull'attuale stato di salute dell'Immaginazione
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"L'essere si lascia sperimentare nelle cifre dell'esserci. Solo la realtà manifesta la Trascendenza. Non è possibile conoscere la Trascendenza in termini universali, ma è possibile solo ascoltarla storicamente dalla realtà. ". Così recita un famoso passo della Metafisica di Karl Jaspers, il filosofo psicologo e psichiatra esistenzialista che tante energie ha dedicato al tema della libertà, "conditio sine qua non" di un'esistenza autentica che abbandona qualsiasi considerazione oggettivante della realtà e s'impone come scelta, come esistenza possibile, come io che, in quanto tale, "si rapporta a se stesso ed, in ciò, alla sua Trascendenza". La scelta è la categoria fondamentale, è la chiave di volta per l'interpretazione e per l'intuizione della verità, quella scelta che mi identifica e mi descrive perfettamente, anche se, come Kierkegaard ci ricorda, non può che essere sempre sbagliata. In altre parole ciò che dà valore alla mia scelta non coincide con le conseguenze più o meno positive che da essa deriveranno - conseguenze alla luce delle quali la gente valuta e giustifica o condanna le mie decisioni, tenendo la contabilità dei più e dei meno e decretando il mio successo o il mio fallimento proprio a seconda dei risultati ottenuti a partire dalle mie scelte - no: il valore della mia scelta sta proprio nel suo appartenermi…Questo significa che, conoscendomi, io non avrei potuto che decidere così, che scegliere così, indipendentemente dall'aver o meno centrato il mio obiettivo. Amo la mia scelta per il semplice fatto che essa è me, la mia scelta sono io, e qualsiasi cambiamento di rotta rispetto ad essa non può che consistere in un vero e proprio auto-tradimento. Rispetto a questo tema Jaspers mette in guardia l'uomo circa l'importanza che riveste il simbolo. Esistono infatti, secondo il filosofo austriaco, due tipi di simbolismo: quello che consiste nell'interpretare e quello che si traduce nell'intuire. L'interpretazione possiede quella che egli chiama una nullità univoca, essendo il simbolo da interpretare infinitamente equivoco. Molti filosofi, d'altra parte, avevano già prima di lui insistito sul potere del simbolo, ad esempio quello costituito dall'opera d'arte, qualora venga, appunto, interpretato. Un potere illimitato proprio grazie all'infinita catena di messaggi che può suggerire. Basti, a tal proposito, ricondurre la mente all'idea che Schelling o Schopenhauer possiedono dell'arte. Ben diverso il caso del simbolismo da intuire. Qui il simbolo diventa cifra, messaggio in codice della Trascendenza, di Dio, che ad ogni esistenza possibile parla servendosi della realtà circostante, la quale, facendo tesoro della libertà che l'esserci ha scoperto con fatica di possedere, va svelata, tradotta, decodificata così da apprendere, ascoltare, intuire la Verità. Una Verità, questa, che è quella dell'uno e dei molti, perché è mia e contemporaneamente si svela ai molti, a chiunque la cerchi, a chiunque abbia voglia di decodificare il messaggio che lo circonda (gli eventi che gli capitano quotidianamente, le situazioni che lo colpiscono, le opere d'arte che lo emozionano, ecc.), esplodendo in infinite verità e, contemporaneamente restando quell'unica ed indivisibile Verità che fa sì che per essa io sia disposto a lottare ma anche a confrontarmi nel pieno rispetto dell'unica ed indivisibile Verità di ognuno, proprio perché la verità è ad un tempo mia e tua, ma non nell'ottica di un relativismo più o meno antico: è mia e solo mia e, in quanto tale, tua e solo tua, costituendo uno di quei paradossi cui già la filosofia di Kierkegaard ci aveva abituato.
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