Bosco Ceduo

Pietro Ratto: Scacco Matto

(Racconto vincitore del Premio letterario Racconti nella Rete 2008)

 

"L'aria si schiariva appena, quando il gioco incominciò…"

Era una luce strana quella che rimbalzava da un angolo all'altro. Sottile e soffusa, correva dietro alle cose quasi accendendole e riscaldandole di speranza, dopo l'ennesima fredda notte. Un nuovo tepore si faceva strada senza alcun rumore, tra le rigide fibre dei corpi; faceva piacere stare a guardare, strizzando gli occhi a quel nuovo sole appena nato e già così rassicurante…

Dietro le spalle un tempo glaciale, cieco e sordo, fatto di movimenti meccanici e privi di significato; davanti agli occhi i colori della sensibilità, la voglia scalpitante di cominciare.

Le vecchie torri si trovavano al solito posto. Immobili, rigide, mostravano i segni del tempo che le aveva scalfite, le aveva rosicchiate qua e là, ma che non si era ancora mostrato così crudele da abbatterle. Si stagliavano sul solito spazio chiaroscuro, le due torri, sulle solite macchie regolari e simmetriche, a delineare il confine di un mondo assurdo, simboli di un gioco troppo serio e scontato, imprigionato in un sistema di regole ferree. Già solo il ricordo dava la nausea: un passato così inutile e vuoto…

Si stava facendo giorno. Sì, sì, era evidente, anche perché la luce aveva cambiato percorso, tuffandosi sulle cose dall'alto, ma…Mancavano i colori !

Incredibile. Non l'aveva mai notato, ma ora ciò appariva fin troppo chiaro: mancavano i colori. Mancavano nella maniera più assoluta! I suoi occhi avevano percorso migliaia di volte quello spazio in lungo e in largo, sempre nella piena osservanza delle regole, certo; lo conoscevano a menadito, quel posto. Ogni angolo, ogni buco di quel campo di battaglia era perfettamente noto alla sua vista…Eppure mai si era reso conto fino ad ora della totale, assoluta, assenza dei colori!

Nere le due torri, nere come la notte senza luna, ma nere anche tutte le altre forze in campo. Neri i cavalli, sempre più annoiati e svogliati, sempre più disinteressati alla tenzone; neri tutti quanti i fanti, già pronti, schierati come inutili burattini di una guerra assolutamente incomprensibile. Nera la Regina , della solita bellezza statuaria ed irreale, fredda e priva di anima; nero il Re, signore di tutto l'esercito, mente senza volontà, legge senza cuore, logica senza comprensione.

Frattanto alla sua destra il suo compagno, manco a dirlo anche lui scuro come la pece, stava lucidandosi l'armatura. I suoi occhi fissavano stancamente il vuoto, privi di qualsiasi curiosità o affanno. I suoi movimenti erano talmente meccanici, talmente prevedibili, da lasciar credere di essere una specie di automa, una macchina telecomandata da chissà quale Volontà Superiore…

Non che stupisse il nero del suo universo. Si sa, gli scacchi sono sempre o neri o no (il Re non voleva assolutamente che nessuno pronunciasse, ma che dico, che nemmeno pensasse alla tinta dei nemici…Era opposta alla loro, alla gloriosa e fiera nerezza dei suoi uomini: l'alternativa al nero era il male, la perdizione. Dunque chi avesse mai parlato di…Insomma, chi avesse mai osato pronunciare quell'aggettivo nemico, sarebbe stato subito condannato a morte per alto tradimento).

Il destino aveva voluto che lui nascesse nero, così come il suo annoiato compagno Alfiere Destro, come le torri, i cavalli eccetera. Ma quel nero, adesso, era ancora più nero del solito; appariva la tinta della disperazione, del vuoto di ogni significato, di ogni valore. Lo assalì il dubbio…Non sarà che il nero sia nero soltanto perché dall'altra parte ci stanno i…i non-neri, e che questi siano non-neri proprio in quanto nemici dei neri…Insomma, tutta questa storia, quest'odio per i nemici cattivi ed ostili a qualsiasi nerezza ora sembrava di colpo aver perso ogni senso…Mancavano i colori, mancava la variopinta via di mezzo. Perché per forza tutto o niente? Perché soltanto lo scontro e mai il contatto?

Si rese conto che qualcosa di estremamente nuovo si era verificato dentro di lui…Provava sentimenti, avvertiva esigenze, si poneva domande che prima non sarebbero state nemmeno lontanamente immaginabili… Qualche magia, qualche strano sortilegio, avevano riscaldato il legno di cui l'Alfiere era fatto. La materia lignea sentiva, soffriva e s'interrogava…Come stupirsene, d'altra parte, se molto spesso - quasi sempre, anzi - persone fatte interamente di carne non ne sono in grado?

L'Alfiere sperimentò subito gli aspetti negativi della sua nuova emotività, dato che la battaglia, nel frattempo, si era accesa ed era entrata nel vivo senza che neanche se ne fosse accorto. I pedoni si erano scaraventati contro il nemico, si contavano già le prime vittime, dato che uno dei due cavalli era letteralmente sparito, inghiottito da una mossa vertiginosa di un alfiere non-nero.

Restava poco da fare. Bisognava buttarsi nella mischia, ma adesso, proprio adesso, l'Alfiere non riusciva più a ricordare, se mai lo avesse conosciuto, il motivo di questa eterna lotta … Perché? Per la prima volta aveva bisogno di una motivazione, e la motivazione mancava. L'assenza del perché era in qualche modo legata alla mancanza dei colori: ne era certo, seppur senza capirne la ragione…Solo i colori potevano spiegare, solo i colori potevano risolvere. Tutto sommato chiaro e scuro, nero e non-nero, sono come il Nord e il Sud, la destra e la sinistra. Sono solamente le direzioni che i colori prendono - pensò il soldato - i punti cardinali del sistema cromatico. Ogni colore può essere più o meno tendente al nero, più o meno scuro…Il nero è solo una direzione, un correttivo, tanto quanto il …BIANCO !

Bianco, sì, bianco! Ce l'aveva fatta, era riuscito a pronunciare l'aggettivo proibito…Attese un attimo, quasi aspettandosi i disastrosi effetti di chissà quale sortilegio associato al suono di quella terribile parola magica…Poi qualcosa accadde davvero.  

Fu un bagliore, un lampo azzurro rapidissimo e fugace, colto in un istante strappato al tempo…Nulla più che un battito di ciglia rubato in fondo alla sua visuale, riflesso furtivamente dal metallico ed assordante frastuono delle spade incrociate dai guerrieri, mentre la battaglia imperversava. Un battito di ciglia, sì, ma di ciglia meravigliose, lunghissime e vellutate, quasi un sipario, un velo comparso e scomparso davanti alla luce celeste di due occhi incantati.

Era lo sguardo di una dea, una dea bellissima dalla pelle color di luna. Una dea che altri non poteva essere se non la Regina Bianca.

Questo complicava notevolmente le cose. Sì, perché il soldato, ora, sentiva il cuore battere fortissimo dentro il suo petto; in lui si faceva strada, sempre più prepotente, il desiderio di rivedere quegli occhi, ormai di nuovo coperti dagli eserciti in battaglia…Un desiderio tremendamente proibito, per uno scacco di legno, per giunta nero. Un desiderio che si stava ormai tramutando in ossessione, in pazzo bisogno di rivedere lo sguardo della moglie del Re dei suoi nemici…Un desiderio perverso.

E allora via! Via, travolto da un turbinio di passioni violentissime, forse anche a causa della sua totale inesperienza a gestire qualsiasi tipo di emozione; passioni che spinsero il soldato a compiere le azioni più insensate, le più imprevedibili. I suoi compagni lo videro avanzare senza regole, procedere in verticale, in orizzontale, imitare il comportamento di cavalli e torri, implacabile ed invincibile in qualsiasi scontro. I nemici non riuscivano ad arrestarne l'avanzata, folle come l'acqua impazzita e finalmente libera di un fiume esasperato da un'eterna prigionia di argini angusti e soffocanti, folle come il vento quando scorre in cunicoli troppo stretti soffiando all'impazzata per cercare una via d'uscita, folle come il fuoco agonizzante che improvvisamente riceve la spinta di un violento soffio d'aria e si scatena contro il cielo, folle come il seme inghiottito dalla terra buia e opprimente, che spinge per uscire, che batte contro la zolla, che si allunga ad afferrare la luce intravista tra le crepe sempre più vicine, per non soffocare, per non morire. Per non morire.

Fu solo un attimo. L'alfiere riuscì a raggiungere in una corsa sfrenata le torri nemiche, sotto il tiro dei bianchi cannoni. Nulla contava più, nemmeno la paura della morte, una morte che adesso significava pagare un prezzo altissimo, il prezzo della perdita definitiva di uno stato di grazia mai provato prima, appena conquistato e già quasi perso: la sua nuova prorompente sensibilità.

Solo quegli occhi azzurri, solo quelli avevano importanza per lui, e così cominciò ad urlare come un pazzo per attirare lo sguardo della dama, per poter gustare ancora una volta la divina visione di quell'azzurro infinito…

Ma si sa, un puntino nero in mezzo al bianco da sempre è visto come un neo. La dama si voltò verso di lui, lo incantò, lo inchiodò alla luce delle sue pupille. Poi abbassò inesorabilmente le ciglia su un sorriso perfido e traditore, mentre una tremenda potenza di fuoco balenava dalle linee nemiche crivellando di colpi il corpo dell'alfiere.

 

Rimase solo il silenzio, un silenzio freddo e disperato…Lo stesso straziante silenzio che da sempre si respira ogni qual volta si ripete l'eterna vittoria del cieco nulla sulle infinite fantasie dei colori.

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