Bosco Ceduo
Pietro Ratto: Relazione dell'anno di prova
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Da diciassette anni frequento il mondo della scuola, da diciassette anni aspettavo di passare in ruolo. La
mia metodologia didattica non è cambiata granché, in quest’ultimo
anno, nonostante mi siano toccate materie nuove che ho insegnato con un
po’ di difficoltà. Avrei sicuramente preferito continuare ad insegnare
le “mie” discipline, anche perché ho senza dubbio faticato più degli
anni scorsi. Ho dovuto studiare parecchio questa strana Scienze sociali, che non mi ha appassionato granché e che considero
una specie di minestrone tra tante diverse discipline che si interessano
dell’uomo e del suo rapporto con l’ambiente che lo circonda,
rischiando però spesso di trattare di qualsiasi cosa senza approfondire
quasi nulla. E’ una mia opinione, per carità, e senz’altro questa
disciplina mi ha insegnato parecchie cose, allargando la mia limitata
visuale su scorci interdisciplinari che sicuramente mi aiuteranno ad
affrontare le mie lezioni future con un bagaglio culturale un po’ meno
povero. Ma spesso mi sembrava persino impossibile sorprendermi a parlare
di argomenti riguardanti il bombice del gelso o i test sull’agnosia,
passando per gli studi sugli organismi autotrofi, sul lancio dello Sputnik
o sulla comunicazione politica! Non
mi ha aiutato nemmeno trovarmi di fronte ragazzi poco motivati, poco
interessati, quasi per nulla concentrati. Troppe volte ho dovuto far
fronte ad episodi di aggressività e violenza; mi sono trovato a dover
dividere alunne che si picchiavano in classe, o a firmare decreti di
sospensione per ragazzi che avevano insultato colleghi o sfondato a pugni
la porta della propria aula. Troppe volte. Questo ha contribuito a
deprimermi non poco. In
generale quest’anno scolastico mi ha insegnato che i rapporti tra
Dirigente scolastico e docenti, tra docenti e docenti e tra docenti ed
alunni si riflettono gli uni negli altri, come in un gioco di specchi. La
fiducia (ed il rispetto) che sappiamo accordarci vicendevolmente tra
colleghi, quella che riceviamo dal - e che riponiamo nel - Dirigente, si
riflette nella nostra capacità di insegnare ai nostri ragazzi ad avere
fiducia in loro stessi, in noi, nei loro compagni. Un clima di
collaborazione, di stima e fiducia reciproche, giova all’educazione ed
alla formazione dei nostri ragazzi. Un clima di tensione provoca invece
l’insinuarsi del dubbio, del sospetto, in ogni rapporto, in ogni
discussione. Soprattutto ritengo deleteria la competitività - che, a mio
parere, Considero
soprattutto estremamente deleteria l’idea di una Scuola, come quella
italiana, che si fondi sulla concezione dell’obiettivo.
Come ben ha rilevato Del Noce nel suo Fascismo
e antifascismo, una valutazione delle attività umane formulata in
base al raggiungimento o meno di determinati obiettivi pre-dichiarati
sposta la considerazione delle stesse su quel piano meramente quantitativo
ed esteriore, ”che
caratterizza oggi l’Occidente e che può portarlo a raggiungere, e a
tradurre nella realtà, il suo significato etimologico di «terra del
tramonto»”. Credo
altresì con fermezza in quella missione del docente, così ben delineata
e descritta da Kierkegaard ne Il mio
punto di vista, che consiste nel tentare di far scaturire nell’animo
del discente la presa di coscienza.
Non una certa posizione, non una certa nozione, bensì la presa
di coscienza, la capacità di comprendere il problema, prima ancora
che predisporsi freneticamente a risolverlo, collocandosi
aprioristicamente in una certa posizione (politica, ideologica,
culturale…). Un sistema scolastico come quello a cui è pervenuta da
anni la nostra nazione, che procede per obiettivi, che valuta o svaluta in
base ad obiettivi esteriori raggiunti o meno, è un sistema che insegna a
risolvere i problemi prima ancora di affrontarli, che dimentica gli sforzi
fatti per poco o nulla, i tentativi andati a vuoto, le ore spese a
parlare, ad ascoltare, a prendere e far prendere coscienza. Un
sistema, questo, che mette in risalto tutti gli aspetti formali ed
accidentali, e accantona decisamente quelli materiali ed essenziali, della
nostra attività di docenti. Martin
Heidegger - nel corso di un discorso commemorativo in onore del
compositore Conradin Kreutzer tenuto il 30 ottobre Come abbiamo potuto, così colpevolmente, trascurare un tale inquietante quanto profetico avvertimento? Rapporti con i genitori Per
la prima volta nel corso della mia esperienza di insegnante (in piena
sintonia con un anno che ha riservato al sottoscritto molte “prime
volte”), mi sono trovato a dover affrontare anche genitori che mi hanno
insultato! Si è trattato di un’esperienza lì per lì scioccante, che
sono riuscito a gestire in un modo persino troppo elegante, stupendomi di
me stesso. Nello specifico è accaduto che una madre si sia presa la briga
di accusarmi di aver contribuito a far bocciare suo figlio e diversi
compagni l’anno scorso, in una delle mie attuali classi, riservando
invece ad altri un trattamento “di favore”. Ho tentato a più riprese
di informare la signora circa il fatto che io non avessi presenziato agli
scrutini dell’anno scorso, in quanto in servizio in altra scuola, ma non
c’è stato verso. Mi sono preso le offese anche a causa del fatto che la
media dei voti del suo povero ragazzo nella mia materia, al momento del
nostro idilliaco colloquio, era decisamente insufficiente. Non è nemmeno
passato un attimo, nell’anticamera del cervello della mamma in
questione, che il proprio figlio potesse avere qualche responsabilità,
circa i votacci riportati fino a quel momento. Questa è la logica da
centro commerciale in virtù della quale Il
cliente ha sempre ragione, che
ritengo ormai sia diffusa ad ogni livello di questa nostra scuola
italiana, così ardimentosa nel voler eguagliare gli istituti privati che
promuovono la filosofia del promossi
o rimborsati. In
generale questa impronta è ravvisabile un po’ in tutti gli approcci con
i genitori. Mi tornain mente, a proposito, una frase che ho colto
nel corso di una delle lezioni del corso per neoimmessi che ho
frequentato: “Ormai l’insegnante
è diventato il peggior nemico dei genitori”. Ci
sono stati, comunque, anche confronti meno spiacevoli. Ho constato con
piacere, in alcuni casi, che talune madri particolarmente “famose” nel
difendere a spada tratta il proprio figliolo, si siano ravvedute
nell’ultima parte dell’anno, tornando a comunicarmi il loro proposito,
d’ora in poi, di cercare di capire cosa stia saltando in mente al
proprio bambino, il cui
comportamento non condividono proprio più. Qualcuno
mi ha ringraziato. Ho in mente soprattutto il caso di un ragazzo troppo
“irreggimentato” dalla madre, sicuramente a causa della propria
disabilità, divenuta sempre più, con l’andar del tempo, fonte di ansia
e preoccupazione per i genitori, la cui apprensione a lungo andare non ha
certo contribuito ad incoraggiare eventuali propositi di autonomia del
loro ragazzo. Sono casi difficili, bisogna pensare ad essi con molta
delicatezza. Personalmente ho cercato di spingere il ragazzo “a fare un
po’ più da sé”, senza aspettarsi sempre l’aiuto dei compagni che,
in modo che reputavo particolarmente umiliante per lui, con un certo
fastidio si sottoponevano da tempo a turni, osservati con manifesta ed
ostentata insofferenza, per sedersi al suo fianco e prendere appunti per
lui. Senza motivo, per altro: il ragazzo non mi pare presenti problemi
tali da pregiudicargli questo tipo di autonomia. Così ho fatto un po’
di leva sul suo amor proprio, sulla sua dignità. Da mesi constato ormai
che prende appunti regolarmente, disinteressandosi completamente del fatto
che ci siano o meno compagni intenzionati a sederglisi accanto, I turni
sono saltati, è vero, ma questo ragazzo sorride un po’ di più e spesso
lo scorgo intrufolarsi nei vari gruppetti che si formano durante
l’intervallo, invece che restarsene da solo a far merenda, sul banco
apparecchiato con quella tovaglietta bianca a righe rosse, che per tanto
tempo, tutte le mattine, la mamma gli aveva amorevolmente messo nello
zainetto, ma che così tanto lo differenziava dagli altri. Suo
padre mi ha ringraziato ed ha preso a portare suo figlio con sé,
organizzando piccole “uscite”, così da provare a combattere un poco
contro la sua apprensione e quella di sua moglie. Soprattutto contro
quella del loro ragazzo.
Valutazione “Il
metodo peculiare dell’insegnamento della filosofia è zetetico, come
solevano definirlo alcuni pensatori antichi (da zetein), ossia indagativo,
e diventa in diversi casi dogmatico, ossia determinato, solo per la
ragione che ha già alle spalle una lunga pratica.” Questo scriveva
il grande Immanuel Kant nel settembre del 1765, compilando la sua
Relazione introduttiva al proprio insegnamento. Quale migliore Maestro per
noi docenti di oggi, del grande Didatta, del Professore che ha lasciato un
segno indelebile nella coscienza e nella memoria di centinaia di studenti
che hanno avuto l’immensa fortuna di assistere alle sue lezioni? Ritengo
determinazione della massima importanza il predisporsi ad osservare
un’impostazione di questo tipo, quando ci si accinge ad insegnare.
Soprattutto discipline come Credo
quindi importante insegnare ai ragazzi ad imparare, per crescere in modo
sempre più autonomo. Dobbiamo esigere da loro che sappiano fare a meno di
noi, che sappiano camminare da soli quanto prima, e un certo buonismo che
a volte aleggia tra i docenti – e che ritengo tanto patetico quanto
controproducente – così pronti, sempre, ad aiutare, a lasciar correre,
a venire in soccorso, non aiuta in nessun modo i nostri alunni a diventare
adulti responsabili. A loro dovremo ricorrere, una volta anziani, per
farci curare, per farci tutelare. Già solo un movente egoistico come
questo dovrebbe spingerci dunque a lavorare per la loro reale crescita,
per la loro effettiva maturità. Quanto siamo lontani, invece, dalle
osservazioni che Socrate compie nel pieno del processo inscenato contro di
lui? Dalle toccanti pagine dell’Apologia
platonica egli ci ammonisce, ricordando quanto possa rivelarsi folle
l’insegnante che provveda a diseducare quegli stessi giovani che, in un
futuro nemmeno tanto remoto, saranno i cittadini con cui dovrà
costantemente e quotidianamente confrontarsi. Kant,
nel succitato scritto, afferma: ”Il
metodo di riflettere con la propria testa su questo o quell’argomento e
di trarne autonomamente le debite conclusioni è ciò che lo studente
propriamente ricerca come qualcosa di immediatamente disponibile, ed è
anche il solo che può essergli davvero utile.” Tale ricerca da
parte dell’allievo, soprattutto al nostro tempo, non può che essere
considerata inconscia, “molto” inconscia, lo riconosco! Ma sono
convinto che essa sia presente ancora nell’animo dei nostri giovani, e
che vada assolutamente incoraggiata e soddisfatta. La
valutazione deve quindi tener conto di ciò, deve premiare chi impara ad
imparare e non si limita a memorizzare; chi rielabora, chi scompiglia, chi
scombina e mischia le carte, chi non si accontenta di assorbire, ma vuole
davvero capire. La mancanza di concentrazione tipica della nostra gioventù,
la pigrizia che si affaccia ogni qual volta venga chiesto ai nostri
ragazzi di pensare da soli, di “ragionare” (quale compito più gravoso
e odioso di questo?), di prendere posizione… Tali inquietanti
caratteristiche tipiche dei ragazzi del nostro tempo non potrebbero in
qualche maniera essere volute, decise dall’alto e quindi incoraggiate
dalla scuola dei saperi minimi,
al solo scopo di formare cittadini passivi, disinteressati e dunque
manovrabili? Quanto
detto finora non venga però inteso come l’esposizione di un criterio
che esoneri l’allievo dal compito di imparare i contenuti della
disciplina e l’esposizione della stessa. Si studia per conoscere, per
diventare sempre più esperti, per gratificare il proprio animo, per
partecipare al dialogo sociale; si studia anche per imparare a prendere
sul serio i propri compiti, a far fronte ai propri doveri. Ed il dovere
dello studente consiste nello studiare, nell’essere a conoscenza. Quanto
alla forma, anche quest’anno ho iniziato le mie lezioni - soprattutto
all’inizio del corso di Filosofia che mi è stato concesso di sostenere
in una delle classi assegnatemi – manifestando ai ragazzi la mia
convinzione secondo la quale i contenuti di una disciplina come questa
comprendano la sua stessa esposizione. Una generazione di persone che non
è in grado di esprimersi, di farsi capire, che stenta a comunicare, in
quale modo può inquadrarsi all’interno dell’era
della comunicazione in cui ci troviamo, bene o male, a condurre le
nostre stesse esistenze? Stando ai saggi principi del grande Heidegger, la
questione del linguaggio non è da considerarsi prettamente formale o anche solo logica.
La questione è eminentemente ontologica ed esistenziale. “Il linguaggio è la casa dell’essere”. Smarrire il linguaggio
equivale a tagliare il filo del proprio significato esistenziale.
Significa naufragare.
Metodi e Strumenti didattici Non
condivido l’orrore che Non
voglio farmi troppo superare dalle tecnologie; il continuo ricorso ad
immagini belle e pronte non fa che consolidare un’epoca
delle immagini del mondo così profeticamente annunciata da Heidegger
e così contagiata dal virus della superficialità e dalla carenza di
fantasia ed originalità. Audiovisivi, immagini, documentari… Tutti strumenti da usare, sì, ma di cui è bene non abusare, per evitare di diventarne schiavi anche noi, come i nostri ragazzi. Passo i pomeriggi a confezionarmi documentari (è una vera e propria passione, questa mia), e mi rendo conto che aiutano. Ma la parola detta, la parola che passa da bocca a bocca e che si modella sullo sguardo e sui gesti, questa parola resta comunque il principale veicolo di comunicazione tra individui che hanno voglia di crescere.
1 M. Heidegger, Gelassenheit, Günther Neske, Pfullingen, 1959. Ed. it. a cura di A. Fabris, L’abbandono, Il Melangolo, Recco (Ge), 1989, pagg. 30 - 40
Pietro Ratto, 05 giugno 2008
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