Bosco Ceduo
Pietro Ratto: La mia Professoressa
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Ho frequentato il Liceo scientifico Galileo Ferraris di Torino, da ragazzo. Mia madre aveva scelto il Galfer perché passava per uno dei più “duri” della città. La logica delle madri di trent’anni fa era letteralmente capovolta, rispetto a quella dei genitori di adesso. Ho affrontato quegli anni di studio con un mix di senso del dovere, timore reverenziale nei confronti dei docenti, sano orgoglio nel constatare di riuscire a farcela, dopotutto. Alla fine del secondo anno ero ormai tranquillo, seduto sugli allori di tutta una serie di bei voti, tra i quali spiccava sicuramente un fulgido nove di matematica. Dall’inizio della terza liceo, però, tutto cambiò. La nuova insegnante di matematica, severissima e intransigente, cominciò a seminare il panico dalla sua prima comparsa. Il primo compito in classe fu una tragedia, pieno zeppo di formule mai viste, di problemi la cui soluzione pareva impossibile. Che la tipa si fosse sbagliata? Che avesse confuso le carte propinandoci una verifica adatta a una quarta? Qualcuno osò alzare la mano, facendo presente la cosa. La sconcertante risposta ci spinse nella più nera disperazione: “Quello che avete di fronte è esattamente il vostro compito. Non intendo umiliarvi chiedendovi ciò che già sapete. Dovete imparare a ragionare, confrontarvi con problemi sempre nuovi. Mai buttare il cervello all’ammasso, ragazzi”. Risultato: quattro e mezzo. Un quattro e mezzo da portare a casa, da far firmare a genitori increduli e viziati, abituati a sfilze di nove. Fu un disastro, puntualmente bissato, per giunta, da un identico voto riportato con la seconda verifica. Cominciò la processione delle mamme a colloquio, qualcuna si limitò a chiedere spiegazioni, qualcun’altra provò a fare la voce grossa. Nulla cambiò nell’atteggiamento di quella terribile e risoluta donnina. Fu Darwin a salvarmi, il buon vecchio Darwin. Dalle labbra dell’insegnante di Scienze mi suggerì la chiave del problema. Adattamento! Chi si adatta al nuovo si salva, chi resta aggrappato al vecchio soccombe. Bisognava cambiare, bisognava lottare. “Non buttare il cervello all’ammasso, Pietro”, cominciai a dirmi. Il compito in classe successivo aveva il sapore di una battaglia campale. Mi presentai a scuola con un vagone di adrenalina, giurai a me stesso che avrei risolto qualsiasi problema mi avesse posato sul banco quella terribile, piccola donna. Lottai due ore col mio cervello viziato e presuntuoso. Ne uscii portando a casa un sei e mezzo. Avevo imparato la lezione. Avevo vinto. Un successo tutto mio! Recentemente ho incontrato per caso quell’insegnante, che così tanto avevo creduto di odiare a sedici anni, e che con mille altre prove ci aveva perseguitati fino alla maturità. Ho rivisto la vecchietta che, come l’allenatore coi suoi atleti, davanti alla commissione aveva saputo schierare una ventina di lottatori dal cervello agile e pronto a tutto. L’ho riconosciuta in mezzo alla folla e l’ho abbracciata, come fosse una madre. Grazie a quella terribile donna ho continuato ad affrontare la vita sapendo che nulla è scontato, sapendo che non si è mai preparati di fronte ai veri problemi. Grazie a lei so che l’unica arma che mi porto dietro è il ragionamento. So che bisogna sempre lottare, e bisogna farlo senza spaventarsi mai. Prender tempo, aprirsi al nuovo problema, studiarlo con attenzione. In poche parole, non buttare mai il cervello all’ammasso. Tutti i giorni, a scuola, lotto per passare il testimone, convinto che questa sacra missione sia sempre più importante, al nostro tempo. Tutti i giorni mi scontro, però, con una didattica che impone a tutti i docenti uguali strategie, uguali metodologie, uguali criteri di valutazione. Una scuola che semplifica il più possibile la vita dei ragazzi. Che sventola i loro diritti e tralascia ogni dovere. Che obbliga a fissare con precisione date e contenuti delle verifiche; che tutto lascia correre per evitare polemiche, ricorsi, perdite di tempo e denaro. Tutelare la serenità dei ragazzi. Non caricarli di lavoro, non traumatizzarli con domande difficili, non fissare più di una verifica al giorno… Nei corridoi sono spesso rincorso da colleghe mammone, sempre aggiornate sui gravi problemi famigliari di chi va a male a scuola, che va dunque aiutato. Il tutto per la serenità di questi bambinoni, perché qui dentro continuino ad avere la vita facile e non vengano a sapere cosa li aspetta fuori dalla scuola. Per la serenità di noi docenti-impiegati, perché nessun genitore ci aggredisca o ci faccia ricorso. Nella mia mente, però, una convinzione resta. Nessun insegnante mi ha mai voluto così bene come la mia terribile professoressa di matematica. Pietro Ratto - 14 Febbraio 2010
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