Bosco Ceduo

Pietro Ratto: Lettera a Pinocchio

 

L’impronta è forte, lascia il segno per sempre. Un errore, una svista, una banale disattenzione provocano modifiche durature e persistenti. L’educazione è una faccenda delicata, va presa molto sul serio, va esaminata, capita, studiata con attenzione, sì. Ma soprattutto va messa in pratica con il cuore, mettendo in gioco un amore vero, disinteressato, nei confronti dei ragazzi. Nulla è insignificante, nulla è aleatorio.

 Volevo scrivere al nuovo Ministro della Pubblica Istruzione. Non perché sperassi in qualche modo di essere letto, non perché potessi anche solo immaginare di aver la facoltà di contribuire anche in una piccolissima percentuale all’idea di educazione che un Ministero come il suo senza dubbio tiene in grande considerazione. Era un po’ come scrivere a Pinocchio, o a Babbo Natale! Sono quelle letterine senza destinatario che tanto servono a pediatri e psicologi per comprendere le reali esigenze del mittente, tutto qui. Bisogno di affetto, di attenzioni, o anche solo di poter esprimere qualcosa, ogni tanto.

Volevo scrivere al Ministro per chiedergli di provare a pensare se non sia il caso, in questo nostro tempo, di cambiare qualcosa nella direzione che la scuola italiana ha preso. Tempi difficili, questi, tempi di corruzione a tutti i livelli, abitati da gente che mette in cima a tutto i soldi, che non esita ad imbrogliare per arricchirsi. Tempi in cui ti fregano al telefono, in banca, allo stadio. Ti fanno luccicare davanti qualche offerta strepitosa e, intanto, ti riempiono le carte e le parole di asterischi, di doppi sensi, di condizioni non esplicitate che scoprirai solo dopo, quando sarà troppo tardi.

Tempi di gente che approfitta dei bambini, degli anziani, dei malati. Tempi di bambini, di anziani, di malati che approfittano di adulti, di giovani, di sani...

Volevo dirgli che un po’ è colpa di questo nostro sistema scolastico, che ha adottato criteri e lessico di un istituto finanziario, che insegna che ciò che conta è accumulare “saperi spendibili”, ossia conoscenze che possano essere “utilizzate” nel sacro mondo del lavoro, quel mondo che deve produrre ricchezza, benessere, potere. Volevo ricordare al Ministro proprio una frase di quella bellissima favola di Collodi che si intitola Pinocchio. “I ragazzi perbene prendono amore allo studio e al lavoro, e tu...” Amore allo studio e al lavoro, amore che significa passione, interesse, amore che nulla ha a che fare coi debiti, coi crediti, con i punti accumulati ed i certificati fini a se stessi, con i diritti accampati ed ostentati ogni momento, con le scelte “orientate” e “mirate” soltanto al lavoro sicuro, ai soldi.

Nell’indimenticabile versione della favola in cartone animato della Walt Disney, così come in quella televisiva, altrettanto splendida, di Luigi Comencini, risuona scintillante e puro come un campanellino d’argento il termine “disinteressato”. La Fatina, infatti, spiega a Pinocchio che l’unico modo per diventare un “bambino vero”, l’unica maniera per valicare quel limite che lo tiene vincolato ad uno stato di minorità, così da uscire dal mondo dei burattini ed accedere a quello degli uomini, consiste nel mostrarsi disinteressato.

Avrei voluto chiedere al Ministro: “La nostra scuola insegna a mostrarsi disinteressati?” Certo, si tratta di “mostrarsi”, perché l’uomo è animato spesso da appetiti egoistici e tutt’altro che disinteressati, inutile nasconderselo, ma chi insegna ai nostri giovani a frenare questi appetiti disinteressatamente, in favore di valori più alti? Chi insegna loro a mostrarsi disinteressati e ad abbandonare il proprio status di burattini?

Il termine valore è abusato. Si capisce molto poco cosa significhi. C’è chi tende ad ogni costo a relativizzarlo, chi, per contro, fa di tutto per assolutizzarlo. Io credo, heideggerianamente, che la verità stia sempre nel significato delle parole stesse. Ecco perché lo equiparo al termine pretium, prezzo. Il valore è il prezzo che decido di fissare nei confronti delle scelte della mia esistenza. E’ in qualche modo frutto della disposizione d’animo secondo la quale io, nella mia vita, sceglierò in un senso piuttosto che un altro ad un certo prezzo. Se identifico il prezzo (ossia il mio valore, il mio prezzo, la parcella che intendo riscuotere per effettuare le mie scelte esistenziali, politiche, sociali, ecc.), con ideali come la Giustizia o l’Uguaglianza, significa che io sono comprabile solo da chi mi assicura di poter ottenere, per me e per gli altri, quegli obiettivi. Allora io sarò disposto a fare qualsiasi cosa, qualsiasi compromesso, in cambio di un valore come la Giustizia o l’Uguaglianza. E’ così che si diventa uomini.

Allo stesso modo se, ad esempio, io individuo il mio prezzo sulla base di criteri meramente economici, allora sarò comprabile da chi mi assicura di poter ottenere dei soldi, sarò disposto a fare qualsiasi cosa, qualsiasi compromesso, in cambio di un valore come quello dei i soldi.

E’ così che si resta burattini, perché si è comprabili ad un prezzo relativamente basso da qualsiasi forma di potere.

Ebbene, noi stiamo sfornando individui che studiano per soldi, che aspirano soltanto a quello. I nostri alunni migliori, quelli che lottano per mantenere un atteggiamento disinteressato in nome di valori superiori a quelli meramente economici, lo fanno nonostante la scuola, lo fanno nonostante noi.

Ecco perché avrei voluto scrivere al neo Ministro. Avrei voluto supplicarlo di provare ad invertire la rotta di questa volgare corsa verso una ricchezza che ricchezza non è, verso questo falso luccichio di felicità spocchiosa, fatta di conti in banca, di villette con piscina e di tanta solitudine e vuoto esistenziale. Dico sempre ai miei ragazzi che chi sceglie una facoltà universitaria solo in funzione della maggiore possibilità di trovare un lavoro, solo per motivazioni economiche, vivrà poi infelice, perché l’unico giorno bello del mese sarà quello dell’arrivo dello stipendio. Il resto sarà un’interminabile ammucchiata di ore passate non vedendo l’ora che passino, scontentando se stesso e chi ha quotidianamente a che fare con lui.

Al Ministro della Pubblica Istruzione avrei scritto che la scuola deve formare persone in grado di farsi “comprare” da prezzi come la Giustizia, come la Parità dei diritti, come la Libertà. Avrei voluto spiegare che è anche e soprattutto colpa di questa scuola se gli italiani danno il proprio voto a chi promette loro soltanto meno tasse (ma se le tasse hanno un senso, che senso ha questa gara - per altro ingaggiata solo in periodo elettorale - a chi ne sopprime di più? E se non ce l’hanno, che senso ha continuare a pagarle?), a chi all’ultimo minuto, in diretta televisiva, sopprime l’ICI o la Tassa sui rifiuti conquistando milioni di voti in un colpo solo anche da quelli che, fino a quel momento, non avrebbero votato mai in quella direzione. E’ colpa di una scuola che insegna ad essere interessati (e non alla cultura, al sapere, ma al proprio tornaconto), è colpa di un sistema scolastico che insegna a restare burattini, se siamo pieni di inchieste sulla corruzione di politici, sportivi, imprenditori, se a nessuno più interessa combattere per nulla, se tutti sono gestibili facilmente da un elettrodomestico che ventiquattro ore su ventiquattro ci insegna cosa è in e cosa è out. E’ colpa di questa educazione interessata e sempre meno interessante, se un qualsiasi politico può permettersi di tradire una così bassa opinione di noi italiani al punto da comprarci con un centinaio di euro.

Avrei voluto scrivere a questo Ministro con tanta fiducia che la scuola potesse cambiare in qualche modo, nelle sue mani.

Poi uno degli innumerevoli telegiornali che affollano la nostra buia ed informatissima esistenza ha elencato le linee guida della nuova Riforma della Scuola. E ho appreso che il nuovo Ministro della Pubblica Istruzione ha pensato ad un premio in soldi da consegnare agli alunni che si distingueranno nel corso del prossimo Esame di Stato.

Allora ho pensato di non scrivergli più.

Pietro Ratto, 26 settembre 2006

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