Bosco Ceduo
Pietro Ratto - Kant: senza l'immaginazione la rivoluzione è impossibile
Il ruolo dell'immaginazione nella Critica della Ragion Pura
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In un tribunale che si rispetti, l'imputato deve essere giudicato sulla base delle motivazioni che l'accusa adduce per dimostrare che le azioni da lui commesse sono considerabili a tutti gli effetti illegittime. D'altra parte, di norma, l'imputato si difende sostenendo la legittimità di quanto commesso. La deduzione, in senso giuridico e non logico, va dunque intesa come l'esame che permetta al giudice di capire se l'imputato aveva o meno diritto di comportarsi in quel dato modo o, ed è lo stesso, quale comportamento sia oggettivamente corretto e quale sia invece scorretto in quel determinato frangente. L'imputato scalpita, si sente forte ed autorizzato a tutto, non fosse altro che per tutto il potere che cartesiani, spinoziani ed in qualche modo gli stessi illuministi gli hanno attribuito…Nessuno, fino ad ora, ha mai osato trascinarlo in tribunale, seppure al cospetto di se stesso. L'imputato-ragione rivendica la legittimità della propria pretesa circa il poter conoscere tutto senza limiti di sorta, e l'autorità con cui si dibatte tra le accuse è dirompente, non fosse altro che perché l'imputato coincide con lo stesso Giudice! Ma Kant procede con calma, con la sua solita freddezza, ed inesorabilmente trova il fondamento della pretesa, la regola che serva a discriminare l'uso corretto da quello scorretto del nostro pensare. Pensare, sì, perché per quanto riguarda il percepire, non si dà uso scorretto o corretto: il nostro filtro spazio temporale si attiva automaticamente, senza nessuna consapevolezza da parte nostra, tant'è vero che fino a Kant nessuno si era mai nemmeno accorto della sua presenza…Ma pensare sì che è un'attività spontanea e consapevole, dunque è un'attività che va regolamentata. Il Giudice ragiona, lo fa per definizione, e sentite accusa e difesa si pronuncia. L'io penso, vale a dire il nostro intelletto quando pensa, altro non è che funzione logica. Non si atteggi a sostanza, a cosa pensante, ma soprattutto tenga ben presente che conoscere non vuol dire solamente pensare, vuol dire pensare a qualcosa che esiste, vuol dire unificare molteplici dati sensoriali in unità sintetiche chiamate concetti. Non si azzardi dunque a vantare di conoscere ciò a cui può soltanto pensare: conoscere qualche cosa significa averne avuto esperienza, averne percepito e "filtrato" spazio - temporalmente una molteplicità di informazioni sensibili che, una volta vagliati ed imprescindibilmente modificati dalle condizioni a priori della nostra sensibilità, possono essere sintetizzati in concetti secondo le modalità stabilite dalle dodici categorie. L'io penso, dunque, può benissimo continuare a pensare a Dio o ai ciclopi, basta che non si vanti di conoscerli, perché ciò è illegittimo anche solo se lo fa allo scopo di impressionare la giuria con chissà quali raccomandazioni! Dio, dunque, teoreticamente è un concetto vuoto, è sintesi di nulla. Si conosce un limone perché tale concetto è somma di sensazioni come "aspro", "ovale", "giallo", ecc., ma può l'imputato far presente all'accusa di quale molteplice sensibile, di quale somma di dati sensoriali, sarebbe sintesi il suo improbabile concetto di Dio? Giuseppe Riconda sottolinea molto bene la centralità di questa deduzione kantiana. "Essa non solo riprende ed approfondisce i temi dell'estetica trascendentale, ma anche anticipa temi della dialettica, cosa che non può non avvenire in quanto, come abbiamo visto, dimostra la validità oggettiva delle categorie restringendone l'uso ai fenomeni." (G. Riconda, Invito al pensiero di Kant, 1987). D'altra parte l'io penso non si deprima, né si ritenga umiliato. Seppur ridimensionato a semplice funzione, trattasi sempre di funzione di grandissima importanza. Non si è reso conto che in tale modo si è giustificata la sua pretesa di valere per gli oggetti, seppur solo quelli di esperienza? E soprattutto, non si è accorto che il suo ruolo, che ora gli appare così ridotto, è di fatto enorme? Sì, perché le categorie in base a cui l'imputato costruisce i suoi concetti, i suoi giudizi, i suoi ragionamenti, grazie al suo lavoro di sintesi, possono condizionare l'esistenza, sì, l'esistenza degli oggetti stessi, in quanto oggetti di esperienza. Non solo, dunque, l'oggetto assume inevitabilmente caratteristiche spazio - temporali in virtù delle forme a priori della sensibilità, ma è considerabile, ad esempio, da un punto di vista qualitativo, o in relazione ad altri oggetti (secondo relazioni come, ad esempio, quella di causa - effetto), proprio perché è l'io penso stesso che opera sintesi di tipo qualitativo o causale a partire dai dati sensoriali che dall'oggetto giungono all'animo umano. In altre parole, l'imputato è bene che si accorga della sua enorme (ma non smisurata, quello no), responsabilità rispetto al mondo, che appare ad ogni soggetto una rete di connessioni causali o un insieme di fenomeni belli o brutti, proprio perché l'io penso ha fatto regolare uso di categorie identiche ed innate in ogni uomo, come quelle di causalità o di qualità, caratteristiche che, in se stesso, il mondo non possiede.
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