Bosco Ceduo
Pietro Ratto:
Kant: la regola e la
passione
Il ruolo dell'immaginazione nella
Critica del Giudizio
|
Questo giuoco, lo ripetiamo, non implica l'idea di un asservimento del soggetto alla natura, proprio perché coinvolge imprescindibilmente l'intelletto nel suo attribuire il carattere del bello a ciò che il bello non immagina nemmeno cosa sia. E tutto questo in perfetta linea di continuità con la Pura. La categoria della qualità, infatti, serve per fare concetti qualitativi misurabili intensivamente secondo un certo grado. Ma che una cosa sia più o meno blu è questione teoretica, mentre la formulazione di un giudizio circa il suo essere più o meno bella è operazione estetica. In altre parole questo dev'essere il senso con cui Kant distingue giudizi determinanti (e dunque conoscitivi), da giudizi riflettenti. Per i primi, infatti la sussunzione del soggetto nel predicato è pronta, è data: un oggetto che riconosco possedere le qualità di un'ortensia viene da me assolutamente sussunto in quel genere già presente nella "rete semantica" del mio animo, così come farà qualsiasi altro uomo. Ma una cosa è dire "questo fiore è un'ortensia" ed un'altra è dire "questo fiore è bello". Catalogare un oggetto come bello significa operare una sussunzione che non è già, per così dire, predisposta teoreticamente. Si tratta invece di un movimento originale che sfugge al meccanico e regolare processo cognitivo e che consiste nel giudicare le cose non in base ai loro generi, quanto in base al loro rispettare o meno il canone di quell'idea complessa di modo misto, per dirla con Locke, che nella nostra mente risponde al nome di bellezza. Significa, insomma, agganciare, seppur momentaneamente, un certo concetto non al suo sopra-concetto, come continuamente si fa, bensì ad un "concetto estetico". (Ad esempio "appendendo" nella nostra rete di significati il concetto individuale "questa ortensia" non a quello di "fiore" già presente e bell'e pronto, bensì a quello di "bello" nel preciso momento in cui si dice: "Bella questa ortensia!", operazione che può essere effettuata per concetti individuali di fiori, cani, case o canzoni esattamente nello stesso modo, sussumendoli momentaneamente al concetto di bello). Ed il favore alla natura è fatto. Questo movimento però, si badi bene, è originale solo in un certo senso, visto che, secondo Kant, esso viene agito da qualsiasi uomo allo stesso modo. Anche il sentimento del bello, quindi, è sentimento di appartenenza alla comunità. Anch'esso, come la conoscenza o la morale, ci fa sentire orgogliosamente uomini, nella certezza che ciò che vale per noi valga esclusivamente per noi, ma, fino all'estinzione della nostra specie, valga per tutti noi. Anche di fronte ad un'opera d'arte, siamo pronti a considerarla tale, secondo Kant, solo se ci pare bella, ossia solo se avvertiamo quel piacere nel fruirne, scaturente proprio dal libero giuoco in atto in noi. Ecco dunque un'idea tutta settecentesca di arte, una teoria estetica che la concepisce come nobile attività in grado di produrre piacere nel soggetto, così arcaica rispetto alle pieghe che l'arte successiva prenderà, ad esempio nel '900, quando lo scopo dell'artista diverrà sempre più quello di angosciare, di inquietare, di scomodare, di urtare, di produrre quello shock di cui parlerà Benjamin, o quello stoss che approfondirà Heidegger. Per Kant l'arte è tale quando si comporta come la natura (e come non notare, d'altra parte, che quando ci troviamo di fronte ad una creatura bella esclamiamo: "Sembra finta!" mentre di fronte ad una bella opera artistica il commento è spesso: "Sembra vera!"). Provocare piacere attraverso la produzione del bello è, di fatto, l'obiettivo proprio della produzione artistica secondo Kant, obiettivo che la differenzia notevolmente da quella artigianale, dalla tecnica, la quale ha invece lo scopo di creare cose utili. (Detta di passaggio: nella sua Critica egli differenzia l'Arte piacevole, il cui scopo "è di far sì che il piacere si accompagni alle rappresentazioni in quanto semplici sensazioni" dall'Arte bella, che è tale "quando il suo scopo è di accoppiare il piacere alle rappresentazioni come modi di conoscenza"; dunque la vera arte è solo l'Arte bella, quella che non ha solamente il banale obiettivo di suscitare piacere, bensì di comunicare un messaggio accompagnandosi al bello ed al piacere che ne deriva). Sulla distinzione tra arte e tecnica (che Kant chiama arte meccanica), s'impernia quella tra bello libero e bello aderente che il professore prussiano ha sapientemente messo in luce. Il vero bello, infatti, è solo quello libero, quello che provoca piacere e basta, senza che il soggetto sia conquistato dall'oggetto in questione in vista di secondi fini come l'utilità o il prestigio che potrebbero derivare dal possederlo. Ecco perché esempio della vera bellezza non può essere una donna, secondo Kant: l'apprezzare una donna bella, per un uomo, non può non essere strettamente vincolato al considerare i vantaggi dell'aver a che fare con lei. Lo stesso vale, ad esempio per una chiesa. Possiamo considerarla bella solo in stretto riferimento alla funzione che svolge…Il duomo di Milano perderebbe tutto il suo fascino se scoprissimo che si tratta di una roulotte. Queste cose, quindi, sono belle solamente perché svolgono bene un certo ruolo, perché le apprezziamo in base alla loro utilità. Sono quindi perfetti esempi di bello aderente. Restare invece incantati di fronte ad un paesaggio o ad un fiore significa avvertire quel libero giuoco e basta, significa godere del bello libero, disinteressato, significa, per un attimo, avvertire profondissima soddisfazione nei confronti della natura che in quel momento sembra essere stata creata, da un ingegno superiore ma in perfetta sintonia col nostro, apposta per noi, per renderci felici. Questa è l'esperienza del bello libero: per un attimo al soggetto pare di aver veramente asservito alla sua libertà la natura. Per un attimo il mondo diventa veramente regno dei fini, ed il fine ultimo pare proprio il nostro bene…Per un attimo il finalismo vince sul meccanicismo e sul casualismo, e l'uomo si sente a casa sua. Solo un attimo, però, perché se il fiore, una volta ammirato, viene colto per essere regalato o per adornare la mia casa, o se il paesaggio mi conquista al punto da decidere di comprare un appartamento lì davanti per approfittare di "un'ottima vista panoramica", l'incanto svanisce. La libertà diventa aderenza, la spontaneità disinteressata cede il posto all'utilità. E la stessa cosa accade per l'opera d'arte, come abbiamo visto, che è davvero bella quando non ci fa subito pensare al suo possederla e magari collocarla nel nostro salotto: per dirla giusta essa, come nel caso del bel fiore, non ci fa pensare proprio, ci lascia in balia di quel giuoco. Questa magia, però, è necessario che sia prodotta da un uomo fuori dal comune, un artista talmente in sintonia con la natura da produrre in noi ciò che è capace di fare, appunto, un fiore. Stiamo parlando del genio. Kant ne traccia l'immagine mentre Beethoven scrive febbrilmente la sua prima grande composizione, la cantata da eseguirsi al funerale del compianto Giuseppe II, l'imperatore illuminista protettore di Mozart. Kant sta parlando di Beethoven, Beethoven sta incarnando la teoria del genio di Kant, ma entrambi lo ignorano. L'infinito orgoglio di essere uomo che permea tutta la sua opera spinge infatti il filosofo di Königsberg a descriverci il genio come vero creatore di un mondo alternativo a quello che ci circonda, un mondo pieno di bellezza che solo l'uomo può cogliere e solo il genio, appunto, può suggerire. Un uomo, questo, la cui opera è assolutamente originale, ma contemporaneamente esemplare, perché diventa canone e riferimento fisso per qualsiasi nuova esperienza estetica ed artistica.
|