Bosco Ceduo

Pietro Ratto: Kant: la regola e la passione
Il ruolo dell'immaginazione nella Critica del Giudizio

 

La Critica del Giudizio di Kant viene pubblicata nel 1790, un anno dopo la presa della Bastiglia ed un anno prima del Flauto magico di Mozart. Non è così casuale. Il professore di Königsberg, in quegli anni, è preso dalla fortissima esigenza di trovare una strada che ricolleghi spirito e natura, libertà e necessità, una volta ben distinti con le sue stesse mani tramite le due Critiche precedenti. La libertà di cui tutta l'Europa parla riferendosi alla Rivoluzione francese, un turbinio di eventi che sconvolge fortemente anche Kant - del quale si racconta che un'unica volta nella propria vita abbia smentito la sua proverbiale puntualità nel passeggiare alla stessa ora ogni pomeriggio per le vie della sua città: il giorno, appunto, in cui arrivò dalle sue parti la notizia della presa della Bastiglia, evento a cui il filosofo decise di dedicare un brindisi con tutti i suoi convitati a pranzo, rinunciando così ad uscire - questa libertà, dicevamo, non può essere sregolatezza, deve poter danzare a braccetto con la natura, con la legge, in perfetta assonanza con l'antico e sempre vivo miraggio dell'harmonia mundi. Il secolo dei lumi razionali non può fallire di fronte alla passione della rivoluzione: la passione e la libertà debbono essere ricondotte entro i limiti della ragione. E l'opera di Kant rappresenta il tentativo di riconciliare necessità e libertà, teoresi e morale, tentativo che prelude all'idealismo romantico tedesco e che, inconsapevolmente, sta per fregiarsi di una colonna sonora tra le più apprezzate dell'intera storia della musica, quella dell'incontro tra Tamino e Pamina nel Flauto magico di Mozart, l'incontro tra il giorno e la notte, tra la regola e la passione, tra il Sole e la Luna, il Logos e l'Eros, Apollo e Dioniso. Quella mirabile sintesi degli opposti che tutta la filosofia antica e moderna, tutta l'Alchimia medievale e rinascimentale hanno inseguito fino qui.

Non si tratta, però, nella mente di Kant, di una banale sottomissione della creatività nei confronti dell'intelletto, perché questo è argomento dello schematismo, questa è questione teoretica…Se infatti da una parte il grande filosofo fa mostra di non approvare molto la fantasia quando è creatività pura, sregolatezza ("Noi giochiamo spesso e volentieri con l'immaginazione in quanto produce immagini senza volerlo; ma l'immaginazione, in quanto è fantasia, gioca altrettanto spesso, e talvolta male a proposito, con noi", questo infatti scriverà nel 1798, nella sua Antropologia pragmatica), dall'altra parte non intende assolutamente asservirla in toto all'intellezione, specie quando, come nel caso della Critica del Giudizio, l'obiettivo sia dichiaratamente quello di occuparsi del sentimento.

In effetti, in quest'opera, l'immaginazione, pur giocando un ruolo decisamente più importante rispetto alla parte assegnatale dal filosofo di Königsberg nella Pura, non può anche in questo caso dirsi spontaneità totalmente libera. L'attività estetica è pur sempre vincolata all'uso dell'intelletto, non trattandosi né di creatività pura né di pura recettività. Ma il sentimento del bello, sostiene Kant, lo sperimentiamo grazie al libero gioco tra l'intelletto e l'immaginazione produttiva. La bellezza, in altre parole, non dipende dall'oggetto, bensì dall'armonia che istintivamente si crea tra la nostra immagine di tale oggetto e il nostro pensiero. Non siamo succubi della natura quando ne avvertiamo la bellezza, in quanto essa ci appare bella non perché lo sia veramente, nuomenicamente, bensì perché l'immagine che la nostra immaginazione produttiva si crea di essa vibra all'unisono con le aspettative che, circa la natura stessa, la nostra mente nutre. Il momento preciso in cui una cosa ci appare bella, ma veramente bella, ossia incarnante quel bello libero, disinteressato, che sfugge ad ogni finalità di possesso, ad ogni secondo fine sull'oggetto stesso, è l'istante in cui quell'oggetto sembra proprio essere lì per il solo scopo di renderci felici in quanto uomini. Le esigenze, i come se con cui le due critiche precedenti si sono concluse (anche nella Critica della ragion pratica, in effetti, Dio rimane pur sempre, seppur Postulato, un'esigenza, così come esigenza resta la felicità), nella contemplazione del "bello" di fronte a noi sembrano tramutarsi in realtà, in un appagamento totale. Davvero sembra al soggetto che tutto sia stato creato da Dio per renderlo felice, per appagarlo. Ma questo libero gioco è, ancora una volta, vissuto dal soggetto e totalmente scollegato nei confronti del mondo in sé. Ecco perché la bellezza di una cosa non è, secondo Kant, un favore che essa fa a noi, bensì un favore che noi facciamo ad essa. Nulla sarebbe bello se nessun uomo fosse lì a contemplarlo. Non solo e banalmente perché nessuno si accorgerebbe della bellezza di quel tale fiore, ma perché quel tale fiore non è bello se non per una comunità umana costituita da esseri il cui animo è strutturato esattamente e solamente come il nostro. Nessun marziano e nessun castoro vedrà mai bello il fiore che vediamo bello noi, perché la bellezza di quel fiore è assolutamente umana, "inventata" da noi, proprio nel momento magico in cui quel misterioso libero giuoco comincia a mettersi in funzione nel nostro animo rendendoci momentaneamente felici ed appagati. (D'altra parte se Kant considerasse l'uomo in grado di dire bello ciò che bello è veramente, noumenicamente, rinuncerebbe in un colpo solo a tutti i risultati ottenuti nella sua Critica della Ragion Pura: per vedere bella una qualsiasi cosa, infatti, non dobbiamo percepirla, trasformandola quindi inevitabilmente in fenomeno?)

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