Bosco Ceduo
Pietro Ratto: Le immagini del mondo senza mondo
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E’ davvero questa, così come avverte Heidegger, l’epoca dell’immagine del mondo. Anche se in un senso ancor più perverso ed inquietante di quello immaginabile alla sua epoca.
Senza dubbio la svolta cartesiana della fondazione dell’essere totalmente imperniata sulla soggettività umana ha ridotto la verità a rappresentazione ed il mondo ad immagine. Una svolta che ha il sapore di una liberazione dalla re-pressione di ogni forma di autonomia esercitata dalla medievale auctoritas ecclesiastica, la quale aveva ormai ridotto il rapporto con Dio ad un sapere–di-Dio, da imparare e praticare esclusivamente all’interno dei recinti dogmatici eretti dalla Chiesa. E certamente questa idea fissa, così come la chiama Heidegger, è giunta ai nostri tempi a coincidere a tutti gli effetti con un’idea fissata, pre-stabilita ed imposta da nuove auctoritates che, sapientemente, si sono dimostrate in grado di rimpossessarsi della rinascimentale libertà individuale riconducendo tutte le immagini del mondo ad una sola, quella imposta, appunto, dai mezzi di comunicazione. E’ accaduto, in pratica, che il subjectum che Cartesio aveva eretto a fondamento della verità dell’essere proprio nella sua dimensione universale, in nome di questa universalità trasformata in uniformità sia stato rapinato, derubato della propria libertà rappresentativa da coloro che hanno scoperto la ricetta segreta della manipolazione degli inconsci, attingendo a piene mani alle teorie freudiane.
Ma questo è niente, questo è solo l’inizio.
Nella nostra epoca delle immagini del mondo, i Signori dell’Immagine si sono spinti talmente in là da invertire il rapporto tra l’io e la sua rappresentazione, giungendo a fare della seconda il fondamento del primo. Dall’epoca di Cartesio ad oggi, infatti, il ribaltamento risulta tanto evidente quanto inquietante. Non più “cogito ergo sum”, bensì “cogitor ergo sum” può essere ormai definito l’approccio che ci lega alle effimere verità di questa nostra epoca. Non esisto perché penso, perché posso farmi un’immagine del mondo. Esisto se sono un’immagine, se qualcuno - anzi il maggior numero possibile di persone - recepisce un’immagine di me. Questo è il vero potere che i Signori dell’immagine si sono assicurati. Non solo dirigere le immagini del mondo così come si comporta il regista di un film e, così facendo, uniformare le nostre menti ed infiacchire sempre più le nostre ormai quasi inesistenti facoltà critiche, ma arrivare a trasformarci letteralmente in immagini.
Siamo se appaiamo a molti, se godiamo di visibilità presso il maggior numero possibile di persone. L’artista è tale se vende tanto, se riempie gli stadi, se è famoso. La manifestazione si organizza solo se ci sono le televisioni, la gara si corre soltanto se le telecamere la proiettano nei salotti di milioni di case… L’epoca dell’immagine del mondo, dunque, è intimamente ed indissolubilmente vincolata alla categoria della quantità. Solo la rappresentazione, infatti, è quantificabile, mentre non lo è il soggetto rappresentante. Ridurre tutto e tutti a rappresentazione, ad immagine, vuol dire sottomettere l’essere alla sua quantificazione, irreggimentarlo e vincolarlo alla signoria dei numeri, dei grandi numeri, attingendo a piene mani al gigantesco di cui parla Heidegger. Per apparire, ossia per essere, devo fare numero, devo essere un grande numero, e solo in questo modo “ho i numeri”. [ clicca sotto, su AVANTI, per procedere nella lettura ]
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