Bosco Ceduo
Pietro Ratto: Brunetta o Topo Gigio?
L'attualissimo dilemma di un docente combattuto
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Illustrissimo
Ministro Brunetta, sono
un insegnante immesso in ruolo da poco più di due anni, dopo quasi un
ventennio di precariato che ha comportato lunghi periodi di sacrifici, di
rinunce e di ansie per il domani. Ho sempre considerato il mio lavoro come
un grande onore, una meravigliosa opportunità per imparare e per
trasmettere valori educativi importanti, imprescindibilmente associati a
conoscenze indispensabili per ragazzi che intendano crescere e diventare
adulti onesti, liberi e indipendenti. Ho lottato con i denti per ottenere
questo posto che ogni giorno tento di meritare, senza farmi scoraggiare da
continue ordinanze ministeriali e provvedimenti che, di volta in volta,
cambiavano le regole, richiedevano nuove qualifiche, imponevano ulteriori
certificazioni ed iscrizioni a sempre diverse graduatorie, e che quasi
sembravano fatte apposta per spingere noi aspiranti insegnanti a cercare
un'altra occupazione. Ho studiato (e costantemente studio), ho vinto
concorsi, mi sono messo in coda centinaia di volte a sportelli di
Provveditorati, Segreterie, Uffici scolastici regionali e provinciali,
ecc. La
mia tanto sospirata immissione in ruolo, però, è giunta nell’era degli
insulti e delle botte ai professori, del bullismo e delle aggressioni ai
colleghi quotidianamente in scena su YouTube,
dei ricorsi contro le insufficienze e le note disciplinari, della comune
convinzione secondo cui gli insegnanti italiani siano tutti ignoranti. Non
Le nascondo, Signor Ministro, quanto sia complicato, di questi tempi,
mantenere alta la dignità di un lavoro che considero così importante. Ma
c’è dell’altro. Appena entrato in ruolo ho cominciato a sentirmi dare
ufficialmente anche del fannullone;
e non da chi mi conoscesse in qualche modo (perché, in tal caso, tale
nomea non l’avrei certo acquisita), ma da Lei, Signor Ministro, e da una
certa opinione pubblica, perfettamente allineata ai Suoi pregiudizi e ai
Suoi provvedimenti. Sono rimasto letteralmente indignato, e nel contempo
fortemente stupito, constatando come una legge che “punisce la
malattia” di un dipendente dello Stato sottraendogli una parte di
stipendio per ogni giorno di assenza dal lavoro, sia stata approvata dal
nostro Parlamento, avvallando di fatto una manifesta disparità di
trattamento rispetto ai lavoratori del settore privato e,
contemporaneamente, costituendo una grave ed offensiva presunzione di
malafede nei confronti di tutti i dipendenti pubblici. Ancor più rimango
incredulo di fronte al fatto che un tale provvedimento sia stato accolto
dall’opinione pubblica nazionale senza grandi obiezioni ma, anzi, quasi
con soddisfazione e senso di rivalsa. Non
nego di essermi imbattuto io stesso in dipendenti pubblici fannulloni; non nego di aver subito direttamente l’ozio e
l’inerzia di chi sta al telefono dietro a uno sportello facendo
aspettare code interminabili di cittadini. Le Sue regole, però, le Sue
ritenute sullo stipendio di chi si è assentato per malattia, i Suoi
periodici ritocchi alle fasce di reperibilità relative ai dipendenti
pubblici malati, ricadono grossolanamente su tutti, fannulloni
o meno, furbi o zelanti, suonando fortemente offensivi e lesivi della
dignità di chi lavora ogni giorno con onestà e passione. Davanti ai
nostri alunni, Signor Ministro, passiamo quotidianamente per impiegati
ignoranti, dallo stipendio modesto e dalle armi spuntate; facilmente
aggredibili, impunemente offendibili e, da qualche tempo, anche
vergognosamente fannulloni. In
questi giorni ho dovuto leggere in classe l’ennesima circolare
ministeriale che invita tutti ad attenersi alle norme igieniche necessarie
per fronteggiare la tanto declamata (e recentemente sminuita) emergenza
virus A H1N1. Ho dovuto spiegare a tutti come ci si soffia il naso, come
ci si copre la bocca quando si tossisce, ecc. Ho letto a voce alta, al
cospetto di decine e decine di ragazzi, che chiunque venga contagiato da
influenza è tenuto a restare a casa tutto il tempo necessario ad evitare
ulteriori contagi. Io,
però, non potrò assolutamente seguire queste disposizioni, Signor
Ministro. Nei limiti del possibile non obbedirò alle cinque regole del
vostro Topo Gigio. A costo di trascinarmi e di svenire sulla cattedra, io
andrò a scuola. Cercherò, sì, di “controllare le mie secrezioni”,
così come le circolari del Ministero ed il buon topo di plastica
raccomandano, ma non sarà certo mia responsabilità se qualcuno si
beccherà il virus da me. Ho una famiglia e, a quanto dicono, vivo in un
tempo di grave crisi. Non posso permettermi di perdere anche solo dieci
euro al giorno perché ho la febbre. Soprattutto,
Signor Ministro, non posso permettermi di alimentare, con una mia
eventuale assenza, questo Suo offensivo stereotipo dell’insegnante fannullone. Pietro Ratto - 1 novembre 2009 |