Bosco Ceduo
Pietro Ratto: Le scuole dell'altro mondo
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Nelle
scuole dell’altro mondo se ne vedono di tutti i colori. Ci
sono Presidi che amministrano imperi. Girano per la scuola con cravatte
sfavillanti gesticolando vistosamente, senza interlocutori apparenti.
Appesi al loro auricolare, organizzano riunioni e conferenze, escogitano
happening, trattano finanziamenti. Sono i maestri del mobbing: mettono
tutti contro tutti. Insegnanti contro insegnanti contro alunni contro
alunni contro genitori contro genitori … Contro insegnanti!. Ispezionano
registri nel modo più umiliante possibile, redarguiscono pubblicamente i
docenti, in presenza di ragazzi strafottenti, di madri aggressive, di
colleghi vendicativi. Fanno largo uso delle tecnologie più avanzate:
registri elettronici, altoparlanti e microfoni nelle classi, telecamere in
ogni corridoio.. Si fanno chiamare Dirigenti Scolastici, e passano il
tempo a pensare ai soldi. Soldi da reperire, soldi da spendere..
Onnipresenti quando c’è da far le pulci al lavoro dei docenti,
desolatamente irreperibili quando c’è bisogno di loro. Riempiono gli
insegnanti di carte da compilare e di ansie da ricorso. “E se poi
l’alunno fa ricorso?", “E se poi i genitori ricorrono?".
Usano questo spauracchio cosicché si sparga la voce. “In quella
scuola promuovono tutti!" E via, tutti a iscriversi, facendo
salire le quotazioni dell’istituto, i finanziamenti del Ministero, il
prestigio personale del Dirigente. Nelle scuole dell’altro mondo sembra di essere da Mediaworld. Megaschermi all’entrata che intrattengono il pubblico coi prodigi del digitale terrestre, bidelle riciclate come receptionist che si appendono il nome di battesimo alla maglia e ti chiedono: “in cosa possono esserle utile?“, altoparlanti piazzati in ogni classe che di punto in bianco interrompono la lezione, reclamizzando un nuovo corso di bowling, una nuova gita in barca a vela … Da quelle casse, mentre stai spiegando Eraclito e sei finalmente riuscito a catturare un minimo di attenzione, irrompono improvvisamente intimidazioni contro chi sciopera (in perfetto stile Grande Fratello), o anche solo messaggi come: “Il proprietario della moto targata … è pregato di spostarla subito". Da quegli
altoparlanti l’insegnante può facilmente valutare l’esatta misura
della sua inutilità. Ci
sono, sì, laboratori vecchi e privi di tecnici, lavagne cadenti e porte
scardinate, ma gli insegnanti smanettano su scintillanti notebook
collegati “on - line“, cosicché le madri apprendano in diretta il
risultato dell’interrogazione dei loro pargoli e possano scegliere
tempestivamente se precipitarsi a far ricorso o correre a prendere a
schiaffi il docente. Nella
scuola dell’altro mondo ci sono professori di serie A e di serie B. Quelli
di serie A hanno: tutti gli incarichi redditizi, il sabato libero
assicurato, l’entrata posticipata, il parcheggio riservato (nella scuola
pubblica? Ma dai!!), gli armadietti ad altezza occhi, il saluto riverente
dei colleghi Quelli
di serie B hanno: gli incarichi che non vuole nessuno, l’entrata alla
prima ora e l’uscita all‘ultima, nessun giorno libero oppure quello in
cui sono fissate tutte le riunioni della settimana a cui è impossibile
mancare, il parcheggio a mezzo chilometro in zona disco, l’armadietto
raso terra o trenta centimetri sopra la testa, il saluto rancoroso e
beffardo del posteggiatore abusivo. Nelle
scuole dell’altro mondo la sicurezza è un’ossessione, ma
un’ossessione ipocrita. Dell’incolumità e della salute della gente
non interessa a nessuno, ma chi amministra gli istituti non vuole avere
grane, segue il protocollo e basta. Si organizzano a sorpresa, nel corso
dell’anno, diverse simulazioni di evacuazione delle aule. Ognuno ha un
ruolo ben preciso e - manco a dirlo – c’è sempre un bel modulo da
riempire. Ma nessuno prende la cosa sul serio, perciò non serve a nulla.
Se stavi facendo svolgere un compito in classe ti va tutto all’aria, e
in certe scuole i ragazzi ci marciano, senza nemmeno aspettare la
simulazione. Un alunno non ha studiato? Chiede di uscire, si attacca ad un
pulsante di emergenza e fa correre fuori dalla scuola migliaia di persone.
E come per magia il compito in classe è rimandato! Nelle scuole di quel
mondo nessuno ricorda la favola “Al lupo, al lupo!”. O forse,
invece, l’hanno capito tutti. Hanno capito bene che quando veramente
arriverà la catastrofe nessuno la prenderà sul serio ritenendola la
solita bufala. E sarà il disastro. A ben pensarci, in quelle scuole si pensa in continuazione a terremoti o incendi ma si ammassano in aule anguste e fatiscenti anche più di trenta alunni per classe, senza alcuna effettiva possibilità di salvezza, in caso di emergenza. Naturalmente
solo per risparmiare sul numero di docenti da assumere.
Nelle
scuole dell’altro mondo persino gli esami sono una farsa. Hai un bel
dire: “non portatevi il cellulare, ché è illegale”. Loro se
ne portano due. Così, se gliene togli uno, a Internet si collegano con
l’altro, per avere tutte le informazioni utili mentre sono chiusi nei
bagni. Hai un bel dire: “fino all’ultimo non saprete le materie
della Terza prova”. Molti colleghi sono abituati a comunicarle di
nascosto, magari anche diffondendo le domande dello scritto o concordando
con ogni alunno quelle dell’orale. E ciò per far bella figura, per
poter poi dire: “Hai visto i miei alunni come sono preparati?”.
In questo modo fioccano i 100 e i 100 e lode immeritati. Per
non parlare della scelta delle Commissioni d’esame. Hai un bel dire: “Guardate che all’esame ci sono i membri esterni che non vi conoscono e che in alcun modo possono e vogliono favorirvi”. Nei fatti il meccanismo della designazione delle Commissioni è a dir poco perverso. I docenti che provengono dalla scuola A vengono nominati membri esterni nella scuola B, mentre quelli della scuola B finiscono ad esaminare gli alunni della scuola A. E’ molto semplice: nelle scuole dell’altro mondo, con la benedizione dei vari Provveditorati (CSA? USP? USR? UST? … Mah?), le scuole si scambiano i commissari esterni. Tu prova solo
a bocciare un alunno del collega Tal dei Tali e il collega Tal dei Tali
non esiterà a bocciarne uno tuo. Occhio per occhio, ripetente per
ripetente.
In
quelle scuole è infatti in vigore un Codice disciplinare diramato
dal Ministero. Bisogna stare molto attenti, dice il Codice. Bisogna
evitare di parlar male dell’istituzione scolastica perché si rischia di
venir sospesi o licenziati. Ti possono togliere lo stipendio per qualche
tempo o per sempre, a loro discrezione. Basta una segnalazione, una
spiata, in perfetta linea col modello stalinista. Non si scherza mica, in
quelle scuole. Si respira e si fa respirare poca libertà. Gli insegnanti
temono di dire la loro. I loro sguardi sono rassegnati e sfuggenti, i loro
commenti sempre molto velati. Ognuno pensa a salvarsi la pelle e il
risultato è che quella stessa brutta aria di omertà e opportunismo la
respirano anche i ragazzi. Anche i loro sguardi, ormai, sono sfuggenti.
Anche i loro commenti, ormai, sono insipidi e prudenti. Anzi, dato che
risulta chiaro a tutti quanto siano indesiderati i commenti e le opinioni
personali, nessuno più si pone nemmeno il problema di riflettere. Nelle
scuole dell’altro mondo si insegna a non pensare, a prepararsi ad ogni
sorta di compromesso ed a scavalcare qualsiasi diritto e qualsiasi verità,
per una manciata di punti da far valere nella contabilità finale del voto
di Maturità. Fortunatamente,
però, io appartengo a questo mondo e non a quello. Qui da me c’è tanta
luce, si ride spesso senza paura e si può anche dissentire, si può
discutere, si può partecipare. Questo è il motivo per cui posso parlare
male di quelle scuole all'interno delle quali nessuno può farlo mai. Perché
nel mio mondo la Scuola insegna ad essere liberi, e la libertà è tutto.
La libertà che la mia Scuola dona ai giovani è la fertile terra da cui
scaturisce il seme di una vita felice, concimata costantemente dalla
voglia di crescere e di imparare, impregnata del rispetto che ogni essere
umano sa riconoscere al suo prossimo. La
libertà della Scuola del mio mondo è fervente fiducia nei confronti
della dignità dell’uomo, dell’imprescindibilità del suo raziocinio e
della sua capacità di amare se stesso, il proprio lavoro, le persone che
ogni giorno incrocia in aula, nei corridoi e in ogni stanza del mondo. Per questo, ogni mattina, ringrazio il cielo di appartenere a questo mondo. E non a quell’altro.
Pietro Ratto, 23 giugno 2011
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