17 dicembre

 

Oggi, ventisette anni fa, avevo appena finito.
Tutto tirato, in ghingheri, con un vestito verde scuro comprato appositamente da mia madre, adesso uscivo raggiante da una meravigliosa sala affrescata dell'Università di Genova. In tasca, la mia sospirata laurea.

Non dimenticherò mai quei momenti. Mia madre era al settimo cielo, quel giorno. Dottore in Filosofia! Un figlio finalmente laureato. Fatica immensa, per le sue povere finanze. Ma alla fine, sì: ce l'avevamo fatta. Ce l'avevamo fatta entrambi!
Io, con tutte le mie paure, le mie incertezze, la mia bassissima autostima, la voglia di fuggire da tutti quei casini che avevano improvvisamente colpito la mia famiglia. Lei, di colpo sola, senza un lavoro, senza più speranze. Ma con un figlio dottore in Filosofia.

Genova partecipava, smagliante, alla nostra improvvisa gioia. Su un Corso Italia assolato e silenzioso, alcun i bambini correvano spensierati, come se non sapessero nulla di noi. Di mia madre, di me. Di tanto in tanto si arrestavano a osservare il mare. Quel mare brontolone e selvatico che dopotutto ha sempre ruggito, indomito, dentro il mio ruvido cuore. Mio nonno pagò, commosso, il pranzo in un ristorantino di Corso Torino, a due passi da casa sua.

Davanti a noi il vuoto. Il dubbio infinito su un futuro difficile e sconosciuto. La prospettiva dolorosa dell'inesorabile separazione delle nostre difficili strade. La sensazione dolce e amara di una svolta definitiva, di un cambiamento radicale e irreversibile. La follia di quel peregrinare inarrestabile e incomprensibile verso una meta sconosciuta.
Ma che importava? In quella giornata di sole di ventisette anni fa, Genova era stupenda. Con i suoi fasti antichi e le sue recenti cadute, soffiava ancora forte, nei nostri capelli, la gioia sconfinata di vivere e di tuffarsi nel mondo. Quella gioia incontenibile che solo il vento fresco e profumato di salsedine sa spingere, profondamente, in ogni cuore sperduto.
Non dimenticherò mai quei momenti. Non scorderò mai quei sorrisi felici, eppur così timorosi, che i nostri occhi si scambiarono silenziosi, sul lungomare della nostra città. Da lì a qualche anno quegli stanchi e dolcissimi sguardi sarebbero svaniti, per sempre.

Ma il vento impetuoso e le fragorose onde della mia città, beh: quelli li porto sempre con me. Saranno loro a accompagnarmi fedeli, fino in fondo al mio cammino, verso quegli occhi scuri e dolcissimi che si spalancarono con dolorosa gioia sui miei, dal mio primo affacciarmi al mondo.

E che mai, nemmeno un istante, ho smesso di amare.

 

 

Pietro Ratto - 17 dicembre 2017

 

 

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